Edenio Rosati
Edenio Rosati

Binario triste e solitario

Il ritorno del treno: molti vecchi vizi e poche nuove virtù

Din don … din don … din don, a intervalli quasi regolari (11, 12, massimo 14 secondi l'uno dall'altro. Uno stillicidio peggiore della goccia d'acqua che cola da un lavandino scrostato. Eppure il treno è nuovo, lindo e pindo, pulito. Presa di corrente, tavolini pieghevoli, sedili comodi.
Ma se questo din don ininterrotto durerà per tutti i 55 minuti di viaggio mi dovranno ricoverare al reparto neuro. Avrei preferito lo sferragliare delle littorine dei miei viaggi da pendolare della mia gioventù universitaria. Invece il rumore del treno era ovattato, soffuso, un sottofondo quasi piacevole. Il din don era invece una tortura viet-cong.
Potrei raccontare per ore le mie disavventura su rotaia, ma sono successe molte tempo fa e la memoria ne ha pietosamente rimosso ogni traccia. Ho ricominciato da poco a prendere il treno. Le sensazioni sono diverse e variegate. Ci sono treni più comodi, ma forse c'erano anche prima solo che da studente squattrinato li evitavo con cura. I tempi di percorrenza si sono sensibilmente ridotti, parlo ovviamente della mia zona che solo di recente ha visto realizzarsi la clamorosa innovazione tecnologica del doppio binario. Aspetti certamente positivi, ma ce ne sono altri che mi lasciano perplesso.
Sono arrivato in stazione dieci minuti prima dell'orario previsto per la partenza. Sotto la pensilina sono sistemati due enormi monitor per le comunicazioni di arrivi e partenze. Due enormi monitor, di quelli che si usavano una volta, piuttosto obsoleti, ma se fossero accesi sarebbero ancora utili. Da spenti invece servono solo ad incutere timore ai passeggeri che sostano lì sotto, la ruggine dei sostegni non dà molte garanzie.
Mi dico, tanto per rassicurarmi, che se il treno fosse in ritardo ci sarebbe stato l'annuncio dagli altoparlanti. Passano dieci minuti oltre l'orario previsto e non si vede e non si sente nulla. Gli altri passeggeri in attesa forse sono più abituati e non mostrano alcun segno di nervosismo. Forse non è abitudine, forse è rassegnazione.
Altri dieci minuti e finalmente si sente gracchiare l'annuncio: il treno sta arrivando. Mi rendo conto che venti minuti di ritardo, seppure di uno Eurostar, non sono una notizia. La notizia è che Trenitalia non ha perso l'abitudine di trattare i suoi passeggeri come un fastidio necessario del quale farebbe volentieri a meno: petulano, sporcano, chiedono addirittura i rimborsi. Ma non possono stare a casa?
Se c'è un ritardo, cosa costa annunciarlo? Aspettare senza sapere il proprio destino è terribile. Un display funzionante che mostri orari previsti ed orari effettivi costerebbe tanto? Perché è così difficile?
Temo di conoscere la risposta. Perché nessun passeggero, stanco dei disservizi di Trenitalia, deciderà di passare a Binario Spa o CiufCiuf Srl. Non c'è concorrenza. La divisione tra la "rete" ed i servizi è stata fatta, ma i servizi sono ancora in mano ad un monopolio. La logica è ancora quella della minestra e della finestra. Temo lo sarà ancora per molto.
Sono quasi arrivato e, liberazione, il din don è scomparso. Bene, siamo sulla buona strada. Ero preoccupato per i miei compagni di viaggio, erano quasi tutti diretti a Milano. Qualcuno sarebbe finito diritto al telegiornale per avere distrutto la carrozza a colpi di trolley.
Pubblicato il 24/11/08

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