Edenio Rosati
Edenio Rosati

20 anni di web

Questo è un articolo pubblicato sul settimanale "La Domenica d'Abruzzo" della scorsa settimana. Lo posto anche qui, mi pare ci stia bene.

Il web compie vent'anni. E' ormai un giovanotto cresciutello, ha fatto le sue brave esperienze, ha preso qualche strada sbagliata, qualche errore di gioventù, ma ormai sembra aver messo la testa a posto. Non si può dire però che sappia cosa farà da grande. Nessuno può dirlo, abbiamo però una certezza, continuerà ad essere sempre più integrato nelle nostre vite, magari in maniera sottile, quasi invisibile, ma sempre più presente.

Io ho conosciuto il Web per caso, quando era ancora in fasce. Avevo un amico che lavorava all'Università dell'Aquila, mi raccontava sempre mirabilie di Internet, a suo dire una specie di ragnatela che collegava le università di tutto il mondo. Mi favoleggiava di email, ftp e persino di un certo Gopher (un sistema meno noiso per scambiarsi documenti e programmi).
Non era particolarmente convincente, né erano novità assolute. A quel tempo c'erano già in giro diverse BBS. Si trattava di sistemi centralizzati a cui ci si connetteva per mandare messaggi agli utenti che della stessa rete e per scaricare software o immagini (solitamente licenziose). Viste con gli occhi di adesso, le BBS erano un'assurdità. Le telefonate erano interurbane (e allora costavano un occhio e due denti) e le velocità erano piuttosto deludenti. I modem (quelle scatolette con tante lucine che permettono a due computer di connettersi tra loro fischiando nelle normali linee telefoniche) erano lenti come una raccomandata. Per capirci, adesso le ADSL corrono a 20 Mbit, i modem di allora rantolavano a 0,0003 Mbit. La mancanza di un utenza più allargata regalava un'atmosfera di circolo di appassionati, e quest'aurea di smanettoni della prima ora aveva il suo fascino. Al contrario, questa fantomatica Rete tra le università, un po' saccenti e snob, non sembrava gran cosa.

Poi un giorno, nei primi anni 90, il mio amico comincia a parlarmi di un certo Mosaic. Mi diceva che sarebbe stato una rivoluzione, che avrebbe portato la Rete anche fuori dalle segrete stanze dell'Università. Curiosità ed invidia mi convinsero a fare un viaggetto a L'Aquila. Quello che vidi era sorprendente: documenti ben formattati, fotografie inserite nei testi, link per portavano ad altri documenti che stavano in un remoto computer di un famoso college del Massachusetts o di un'oscura università nipponica. Una vera rivelazione. Era come mostrare una pagina di Playboy ad un incisore di geroglifici egizio.
Mosaic era solo il nome del 'browser' dell'epoca, uno dei primi che sfruttavano i protocolli messi a punto da Berners-Lee al CERN di Ginevra, il World Wide Web. Ma queste erano sottigliezze. Quello che era davvero rivoluzionario è ciò che adesso ci sembra banale e scontato: la possibilità di "navigare" tra le informazioni, di leggere documenti, istruzioni, lezioni scritte da qualcun altro, in maniera diretta, con semplicissimi click. Ancora una volta la semplicità d'uso diventava il vero acceleratore della rivoluzione. Come il Mac (imitato poi da Windows) fece con il PC.

I primi tentativi per collegarsi alla Rete erano però ancora complicati. Bisognava essere un po' hacker ed un po' masochisti. I sistemi operativi dell'epoca non offrivano nessun supporto ai protocolli internet e bisognava installare software poco più che amatoriali per riuscire ad entrare. C'era poi il problema che i pochi Internet Provider erano dislocati nella grandi città e le telefonate interurbane costavano un botto. Collegarsi per un quarto d'ora al giorno rendeva straordinariamente ipertrofiche le bollette SIP. Bisognava limitarsi, farlo solo di notte quando le tariffe si abbassavano, ma si aveva la netta sensazione di vivere un cambiamento epocale.
Poi arrivarono i grandi provider, le telefonate urbane, i modem a 33K (0,033 Mbit), poi le prime ADSL (0,64 Mbit) per arrivare ad oggi, quando il Web è davvero entrato dappertutto, sui cellulari, nei televisori, nelle auto. Finiranno per ficcarlo anche in caldaie e lavatrici. La rivoluzione è diventata abitudine, nel frattempo molte industrie hanno dovuto fare salti mortali per adeguarsi. E a forza di far salti, qualcuna è anche caduta di schiena, come l'industria discografica che ha provato a combattere la Rete come i maniscalchi di inizio secolo che provavano a fermare l'automobile, perché nessuno avrebbe più avuto bisogno di ferrare di cavalli.

E la rivoluzione non è neanche finita. Ci aspettano ancora anni di piccoli, ma sostanziali salti evolutivi che cambieranno ancora qualche nostra abitudine. L'industria televisiva, ad esempio, ha già messo i sacchi di sabbia attorno al suo fortino.
Pubblicato il 06/12/11

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