Edenio Rosati
Edenio Rosati

Trenitalia, avanti c'è posto.

Scendere in treno verso sud d'estate? Non è una buona idea. Scegliere i primi giorni di agosto? Pessima.
Però non è che andassi in vacanza nel Salento. Tornavo a casa dal lavoro, come un normalissimo pendolare, solo che ho avuto la brillante idea di prenotare su un Intercity, una specie di Freccia Grigio Topo, a metà strada tra l'Alta Velocità ed una diligenza del Wyoming.
L'efficientissimo sito di Trenitalia mi consente di prenotare senza problemi, segno evidente che il treno non è pieno. Comincio a sospettare qualcosa quando noto la poltrona assegnata: 107. Deve essere una di quelle in fondo in fondo, stile pullman degli anni '50, sulla linea Pietrabbondante - Colletorto.

Il treno arriva in stazione con disarmante puntualità, anzi è persino in leggero anticipo. Ma le buone notizie finiscono qui.
Mi posiziono sulla banchina provando ad immaginare dove si arresterà la mia carrozza. Manco la porta per un paio di metri. Siamo in due lì, mentre le altre porte sono prese d'assalto da orde di vacanzieri con bauli degni del Titanic. Non faccio in tempo a rallegrarmi del colpo di fortuna. Scopro subito che la mia porta non funziona. Dall'altra parte, nella mischia per entrare, volano parole grosse sulle priorità: sesso, età, censo, fede calcistica, segno zodiacale. Tutto conta. Io penso di essere furbo, mi infilo nella carrozza di prima classe e da lì mi fiondo nel corridoio giusto.
Avevo il 50% di probabilità di essere dal lato buono, quello col 107. Invece becco il 50% sbagliato, devo risalire la corrente con la folla di scalmanati invaligiati che mi fronteggiava furente all'assalto di ogni posto libero. Mi infilo in un pertugio, tra sedili e borsoni rigonfi, e lascio passare l'orda.
Comincio a notare un elemento comune nei miei prossimi compagni di viaggio. Sembrano tutti reduci da una Parigi Dakar: spossati, sudati come purosangue dopo una corsa, tutti intenti a sventolare fogli, libri, persino un Samsung Note, qualsiasi cosa che possa muovere quell'aria, prossima alla liquefazione.
Il mio viaggio da salmone verso la sorgente si conclude solo dopo che tutti sono riusciti a trovare un posto. Arrivo in fondo al treno. L'ultimo sedile è il 102. E il 107?

Mi hanno mollato un pacco. Sono riuscito a farmi truffare persino da Trenitalia. Mi hanno rifilato un posto che non c'è, non esiste. Sempre che il posto non sia stato montato sul tetto. Non ho voglia di controllare, anche se forse l'areazione sarebbe stata più efficiente.
Devono aver cambiato tipo di carrozza. Questa aveva solo l'aria condizionata rotta ed una porta bloccata. Chissà, forse quella originale un buco nel pavimento o magari era infestata da iene del kilimangiaro.

Provo a tornare sui miei passi. Mi sembrava d'aver notato un posto vuoto. Mi diletto a scavalcare dei trolley king-size, alternati ad altri che potevano tranquillamente contenere una cucina Ikea, smontata sì, ma compresa di frigorifero e lavastoviglie.
Arranco ma avanzo. La mia polo nel frattempo si è appesantita di un paio di kili per il sudore. Arrivo stremato ad un posto occupato da un piccola ventiquattrore, dove però erano riusciti ad infilare una 500L rossa, con portapacchi sul tetto. I miei futuri vicini mi guardano con odio misto a disprezzo, manco fossi un appestato, un portatore di rogna ed altre innominabili malattie tropicali.
Mi siedo, provo a soffiare sotto la polo per un minimo di refrigerio. I miei vicini mi guardano con ancora maggiore raccapriccio. Sanno che sono un clandestino, ma non osano protestare. Forse la bava alla bocca li intimidisce.

Dopo dieci minuti di viaggio, in un enorme barattolo di latta infuocato, senza aria condizionata, con le finestre sigillate come in Cassandra Crossing, si avvicina un controllore. Guarda il mio biglietto, lo soppesa, ne esamina la trama, il colore, la trasparenza, infine lo annusa e, come uno Chavignon Rouge del '56, ne attesta l'autenticità. E' sul punto di riconsegnarmelo, ma qualcosa lo turba. Mi guarda con aria di padre di famiglia e mi apostrofa: "Come mai non è seduto al suo posto?".

Avete per caso letto di controllori appesi per i piedi da un finestrino di un treno in corsa? No, non avete letto nulla del genere. Ma solo perché i finestrini sono sigillati. E no, il controllore non ha subito danni fisici, forse solo qualche lieve ferita nel suo orgoglio e nell'amor proprio. Si riprenderà.
Pubblicato il 12/08/13

I commenti:

zazza, il 04/10/2013 alle 11:35, ha scritto:
racconta, come è andata a finire?

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